Come si assume un lavoratore straniero in Italia?


Le regole per assumere dipendenti europei ed extracomunitari, i requisiti sul soggiorno e le procedure semplificate per i cittadini dell’Unione.

Il mercato del lavoro accoglie spesso personale dall’estero. Questa realtà richiede una conoscenza precisa delle norme per evitare sanzioni. La legge italiana stabilisce un netto spartiacque tra chi arriva da un Paese dell’Unione Europea e chi invece proviene dal resto del mondo. In questo articolo analizzeremo il seguente problema: come si assume un lavoratore straniero in Italia? Esamineremo i diritti, i doveri dei datori di lavoro e i documenti necessari per regolarizzare l’impiego. L’obiettivo è fare chiarezza tra le diverse procedure. Vedremo le agevolazioni previste per i cittadini comunitari e analizzeremo i vincoli che regolano l’ingresso dei lavoratori extracomunitari.

Quali sono le differenze tra lavoratori europei e stranieri?

Il datore di lavoro che intende ampliare il proprio organico con personale estero deve prima verificare la nazionalità del candidato. La normativa italiana applica infatti due percorsi totalmente distinti. La regola generale stabilisce che i cittadini comunitari beneficiano della piena libera circolazione dei lavoratori. Questo principio elimina ogni ostacolo burocratico e garantisce una totale parità di trattamento rispetto ai lavoratori italiani. Di conseguenza, l’azienda può procedere con le normali comunicazioni di assunzione, senza richiedere autorizzazioni preventive.

La situazione cambia radicalmente quando l’aspirante dipendente è un cittadino extracomunitario. In questo secondo caso, l’ingresso in Italia per motivi di lavoro è strettamente vincolato al rispetto delle quote numeriche che il governo stabilisce periodicamente attraverso i provvedimenti noti come Decreti Flussi. Per l’assunzione di queste persone la legge impone un iter rigido, che prevede il rilascio di un nulla osta, l’ottenimento di un visto d’ingresso e la successiva richiesta del permesso di soggiorno. Non conoscere questa distinzione iniziale comporta l’impossibilità di perfezionare il contratto di lavoro.

Chi è considerato lavoratore comunitario secondo la legge?

Per applicare le regole semplificate è necessario individuare con esattezza chi rientra nella categoria dei lavoratori europei. La qualifica non spetta solo a chi possiede la cittadinanza di uno dei ventisette Stati membri dell’Unione Europea. La legge estende gli stessi diritti anche ad altri territori specifici. Rientrano in questo regime agevolato i soggetti che provengono da:

  • uno dei ventisette Stati membri dell’Unione Europea;

  • uno dei Paesi che fanno parte dello Spazio Economico Europeo (SEE), ossia l’Islanda, il Liechtenstein e la Norvegia;

  • la Svizzera e la Repubblica di San Marino.

La disciplina include anche i familiari di questi lavoratori, anche se questi ultimi possiedono una cittadinanza diversa.

Un caso particolare riguarda il Regno Unito e l’Irlanda del Nord, a causa della Brexit. Una direttiva specifica della previdenza sociale italiana (Circolare INPS 4 febbraio 2020, n. 16) ha recepito l’accordo di recesso siglato il 31 gennaio 2020 (Legge 29 del 31 gennaio 2020). Questo accordo ha previsto un periodo di transizione scaduto il 31 dicembre 2020. Durante tale lasso di tempo, il diritto europeo è rimasto valido per i cittadini britannici. La vicenda amministrativa legata alla Brexit offre un esempio pratico perfetto: i cittadini del Regno Unito che risiedevano in Italia entro il 31 dicembre 2020 conservano gli stessi identici diritti dei lavoratori dell’Unione Europea. Al contrario, i cittadini britannici che intendono iniziare un’attività lavorativa in Italia a partire dal 2021 non godono più di alcuna corsia preferenziale. Per loro la legge impone l’obbligo di ottenere un permesso di soggiorno preventivo, esattamente come accade per qualunque altro cittadino extracomunitario.

Quali diritti hanno i lavoratori dell’Unione Europea?

Il pilastro che sostiene l’impiego dei cittadini europei in Italia è l’assenza di discriminazioni. Il principio fondamentale si trova nei trattati istitutivi europei (Art. 45 TFUE), che tutelano la libera circolazione. Questa norma permette ai lavoratori di spostarsi senza vincoli tra gli Stati membri, di cercare un impiego, di stabilirsi nel territorio e di mantenere la residenza a determinate condizioni.

Sul piano operativo, la legge italiana (Art. 4, D.Lgs. 30/2007) stabilisce che il cittadino europeo deve esibire soltanto un documento d’identità valido per l’espatrio. Se il lavoratore ha familiari che non hanno la cittadinanza di uno Stato membro, l’unico requisito richiesto a questi ultimi è il possesso di un passaporto valido.

Una volta entrati in Italia, i lavoratori europei sono equiparati ai cittadini italiani sia sotto il profilo del diritto del lavoro sia sotto quello previdenziale. Le aziende li assumono con le medesime procedure ordinarie destinate ai lavoratori nazionali; l’impresa applica i contratti collettivi e le tutele di legge senza alcuna variazione. La normativa di attuazione delle direttive europee (Art. 19, comma 1, D.Lgs. 30/2007) conferma che il cittadino comunitario può svolgere qualunque tipo di attività economica, sia in forma di lavoro subordinato sia come lavoro autonomo. Le uniche eccezioni riguardano alcune specifiche funzioni pubbliche che la legge riserva espressamente ai cittadini italiani per la tutela degli interessi dello Stato.

Quali familiari del cittadino UE hanno diritto di lavorare?

Il diritto europeo protegge l’unità della famiglia per garantire la reale mobilità del lavoratore. Per questo motivo, le tutele e la possibilità di lavorare in Italia si estendono anche ai familiari del cittadino comunitario. La legge descrive con precisione chi rientra in questa definizione (Art. 2, D.Lgs. 30/2007).  Il termine include il coniuge, anche se si tratta di un matrimonio tra persone dello stesso sesso, oppure il partner che ha contratto un’unione registrata che lo Stato ospitante equipara al matrimonio.

La norma comprende inoltre i discendenti diretti che hanno un’età inferiore a 21 anni o che rimangono a carico, inclusi i figli del coniuge o del partner. Infine, hanno diritto alla parità di trattamento anche gli ascendenti diretti a carico, come i genitori o i nonni, compresi quelli del coniuge o del partner.

Questa estensione produce un effetto pratico molto importante: se un cittadino extracomunitario è sposato con un cittadino europeo che lavora in Italia, il datore di lavoro può assumere il coniuge straniero senza dover attendere le quote dei Decreti Flussi. Il legame familiare scavalca i limiti imposti ai Paesi terzi e attribuisce il diritto immediato all’impiego.

Quanto tempo può soggiornare in Italia un cittadino UE?

La permanenza sul territorio italiano segue regole differenti che variano in base alla durata del soggiorno. La legge distingue nettamente i soggiorni brevi da quelli a lungo termine. Per i periodi iniziali la procedura è immediata (Art. 6, D.Lgs. 30/2007). I cittadini dell’Unione Europea e i loro parenti possono fermarsi in Italia per un massimo di tre mesisenza adempiere a nessuna formalità o condizione particolare. L’unico obbligo consiste nel possedere un documento d’identità valido per viaggiare all’estero. In questa fase non serve alcun tipo di permesso.

Le cose cambiano se la permanenza supera la soglia dei tre mesi. In questo caso, l’estensione del…


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 Paolo Florio

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